A cura della Dott.ssa Camilla Baradel
Siamo orgogliosi di condividere che la nostra collaboratrice, la Dott.ssa Camilla Baradel, è stata proclamata vincitrice della IV Edizione del Premio “Avv. Antonio Francesco Rosa”, indetto dall’Unione Triveneta dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati.
Il suo elaborato è stato premiato per la capacità di analizzare con estrema lucidità la funzione essenziale dell’avvocato e le sfide culturali che i professionisti forensi affrontano oggi, con particolare riguardo alla figura dei penalisti e delle avvocate.
Di seguito ne riportiamo i passaggi centrali.
L’Articolo 24: Architrave dello Stato di Diritto
Il diritto di difesa, sancito dall’Articolo 24 della Costituzione, rappresenta l’architrave del nostro ordinamento giuridico e dello Stato di diritto. È un principio inviolabile che garantisce a tutti, senza distinzioni, il diritto alla difesa tecnica. Quest’ultima, lungi dall’essere un mero formalismo, costituisce un presidio di legalità assoluto e inderogabile: dalla difesa d’ufficio alla centralità del contraddittorio, l’ordinamento garantisce che l’accertamento della verità non sia mai un atto di forza, ma il risultato di un percorso regolato e garantito.
La dicotomia tra il sistema normativo e la percezione sociale
Tuttavia, si rinviene oggi una drammatica constatazione in merito alla percezione sociale di tale diritto e del ruolo ricoperto dall’avvocato, soprattutto in ambito penalistico.
L’attenzione ai casi di cronaca nera e l’amplificazione della paura da parte dei media non si configurano come una semplice registrazione passiva degli eventi criminali, quanto piuttosto come un’attiva modellazione del sentimento pubblico.
La paura, emozione primaria e potente, tende a sopprimere il pensiero razionale: un pubblico dominato dal timore diventa ricettivo a narrazioni semplificate che che contrappongono rigidamente il “bene” al “male” o il “colpevole” all’ “innocente” e confondono l’avvocato con la parte assistita. Il difensore viene così percepito non come garante dell’equità, ma come un ostacolo alla giustizia o un “difensore del delitto”.
Come ricordato dall’Unione delle Camere Penali, l’avvocato deve essere consapevole che la sua parola — quando si leva a tutela delle garanzie del singolo contro la pretesa punitiva dello Stato — “ferirà sempre e comunque”. Ferirà la sensibilità di chi, deviato dalla spinta emotiva, non accetta che la verità debba passare per il setaccio delle regole. Eppure, è proprio in quel momento che la funzione difensiva svolge il suo compito più alto: impedire che la barbarie della rappresaglia sostituisca la civiltà del diritto.
La questione di genere nella professione forense
Tali distorsioni diventano ancora più inaccettabili quando colpiscono le avvocate penaliste. È paradossale osservare come la competenza e il ruolo delle professioniste vengano messi in discussione soprattutto quando assumono la difesa in casi di violenza di genere.
Mentre raramente un uomo viene criticato per aver difeso un imputato di reati violenti verso un’altra vittima maschile, le avvocate subiscono spesso attacchi basati esclusivamente sul genere. Nascere maschi o femmine è nella natura, non si può scegliere. Diventare dei professionisti, in questo caso forensi, è invece una scelta consapevole, che comporta studio, impegno, sacrifici, dedizione e rispetto di diritti costituzionalmente garantiti: abilità e doveri che non hanno e non devono avere connotazione di genere.
In conclusione, il messaggio che vuole passare con questo elaborato è soprattutto come l’avvocato non debba cercare il consenso, ma la legalità. La funzione di controllo e di garanzia della legalità è l’ultimo baluardo contro l’arbitrio.
Perché, come emerge dall’intero elaborato premiato, senza difesa non può esservi giustizia.
Qui l’elaborato completo: Il diritto di difesa: dicotomia tra garanzia costituzionale e percezione sociale